Scuola e democrazia

La democrazia è un ideale.

Nella vita organizzata assume forme e contorni spesso molto diversi tra loro. Certo negli ultimi 30-40 anni si sono fatti passi enormi verso una omegeneizzazione di questa idea.

Molti, moltissimi, ancor oggi, purtroppo, interpretano però la democrazia come la facoltà di fare ciò che più gli aggrada. Si trasformano in tal modo i desideri in diritti, diritti civili, con tutte le deformazioni che potete immaginare e che vediamo sempre più diffondersi nella società di oggi.

Una di queste derive sta consumando da anni il mondo della scuola.

Così il diritto allo studio si trasforma nel diritto di essere nella scuola (in senso fisico), prescindendo da ciò che si produce nello studio, o meglio prescindendo del tutto dal fatto di studiare e produrre risultati. Diritti, diritti. Ogni sorta di capriccio è un diritto da rivendicare, anche sfasciando e danneggiando, anzi, procurare danni è una attività che genera carisma a chi la esercita (basta riflettere sul livello di aggressività tra compagni, sulle violenze, gli stupri di gruppo e le vessazioni, tanto diffuse già nelle prime classi delle scuole medie).

Appassionanti e davvero illuminanti le riflessioni che sul tema suggeriscono Alain Finkielkraut e Giorgio Israel.

Nella scuola, ci ricordano, si organizza l'insegnamento, che è indirizzato a chi deve apprendere perchè non sa e non c'è verso che possa apprendere ciò che occorre sapere, per vivere, da solo. Non perchè sia minorato o incapace, ma perchè è talmente piccolo da non possedere strumenti di autonomia per filtrare, decodificare, interpretare la realtà; senza contare l'approccio con la storia, possibile soltanto attraverso una mediazione.

Quindi la scuola vede sulla scena due figure fondamentali: un insegnante che offre il sapere a chi non ce l'ha, un giovane fruitore che deve ascoltare, apprendere, affinché si proponga sotto forma di vita organizzata, il suo futuro, e non improvvisazione o istinto. E' persino banale immaginare come normale l'uso di ogni cultura che trasmette ai propri figli i tratti che la caratterizzano, non c'è verso di stupirsi per questo: si tratta di pura e semplice testimonianza di sé, da padre in figlio, come è sempre stato, come è giusto ed ovvio che sia. Non c'è alcun razzismo in questo, come invece suggerirebbero alcuni assertori della non-identità. La trasmissione della identità culturale è un valore, da sempre, e sempre lo sarà.

Quale spazio può avere - dunque - una visione ideologico-speculativa della democrazia in un luogo siffatto ( la scuola ) dove c'è una parte ( il corpo insegnante ) che deve assumersi la responsabilità di selezionare cosa insegnare, come formare, mentre c'è qualcun altro ( scolari e studenti ) che non deve far altro che ascoltare e studiare - nella fase formativa - al fine di conseguire, ma anche immagazzinare, quel supporto educativo originale, quella matrice storica che fonda e custodisce ( ma solo se tramandata ) origine e giustificazione della propria struttura civile e culturale ?

La fase dell'impertinente, quell'indispensabile losco figuro che mette in discussione ciò che ha imparato e cerca nuove vie e nuovi modi ( chiamiamolo pure innovatore ), ebbene quella fase è successiva, necessariamente. Guai a vivere solo quella.

Ecco, su questo c'è molto da riflettere.

Quando vediamo all'opera cortei, comitati, consigli di classe, rappresentanti di classe, consigli dei consigli etc ... appaiono evidenti le esagerazioni, le alterazioni pratiche-ideologiche che sono state prodotte in questi anni: una strumentale deviazione verso l'oblìo, più che una corretta attenzione verso i doveri.

Parlare di queste deformazioni, di questo non-senso è oramai diventato quasi un reato, un atto fascista, mentre davvero sembra svanito, disperso, l'obiettivo fondamentale della scuola: educare, formare, in due parole assumersi la responsabilità di decidere COSA insegnare, VERSO quale struttura culturale indirizzare i ragazzi.

Certo, la premessa perché tutto questo possa avvenire ( ed avvenire serenamente ) è una, una soltanto: che l'insegnante ( la scuola stessa ) sia convinto di trasmettere una cultura in cui lui stesso si è trovato bene, in cui si trova bene a vivere, una cultura di cui lui stesso sia orgoglioso portatore, per dirla in breve: testimone sincero ed appassionato.

Ma se non è così, se gli stessi insegnanti sono nemici della loro storia e della storia del loro paese, come del loro passato, o del loro presente ... allora tutto si complica, ed ecco che costoro pretendono di avere lo scettro del comando:

 

La scuola siamo noi, dicono !

 

 

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