Grandi problemi, piccoli uomini

Riportiamo un editoriale di Gianni Gambarotta, apparso su Borsa & Finanza sabato 20 Agosto 2011. Vengono affrontati i temi a noi cari del buon senso, della capacità e dello spessore: mali di lungo corso del mondo finanziario che le recenti sortite dei politici non aiutano certo a far dimenticare. Proprio ora che ci vorrebbe tempestività, polso e chiarezza dilagano miseramente proposte ridicole e valutazioni senza senso. Ma leggiamo, ne vale la pena. 

Borsa & Finanza - 20 Agosto 2011

Il vero problema alla base di tutto quello che ci sta succedendo si può riassumere così: a occuparsi dei grandi temi del pianeta sono i piccoli della Terra. La classe politica e, in generale, la classe dirigente alla guida di Stati o istituzioni, che dovrebbe prendere misure adeguate a salvare il mondo dal disastro, è inadeguata: esprime una pochezza di leadership, di carisma, di lucidità che non ha precedenti storici. Basta guardarli i leader del mondo quando, con aria tronfia degna di un capitan Fracassa, si rivolgono al pubblico per rassicurarlo: nessuno li sta a sentire. Barack Obama parla agli americani per blaterare che non siamo di fronte a una recessione, ma a una ripresa più lenta ? Benissimo, il mercato si comporta come se quella dichiarazione l'avesse fatta Topo Gigio, e si mette a picchiare su Wall Street, sui titoli del Tesoro USA. Angela Merkel e quella macchietta di Nicolas Sarkozy tengono un vertice ad uso delle TV e dei media per far vedere che sono loro a guidare con polso di ferro l'Europa, e vengono quasi spernacchiati dai mercati che non capiscono come la Francia ( un paese con un rapporto deficit-pil doppio dell'Italia ) possa fare quella sortita sul pareggio di bilancio obbligatorio nelle Costituzioni degli Stati UE.

Anni fa in Francia andava per la maggiore Louis de Funès, un comico i cui film ottenevano un buon successo al botteghino. Sarkozy sembra clonato da lui. Quel che ci ha fatto capire con grande chiarezza questa crisi è che il potere reale è quello finanziario. Nessun Paese è tanto forte da imporre delle regole ai signori che tutti i giorni fanno i prezzi dei titoli, derivati, materie prime, eccetera e li fanno sulla base di considerazioni e di aspettative che ormai prescindono dalla politica. Prendiamo l'esempio delle tre sorelle dal rating. Erano ormai anni che si diceva, un pò in tutte le sedi, che i loro giudizi sono viziati da valutazioni estranee ai meri calcoli tecnici; che le loro pagelle sono piene di errori, conflitti di interesse, del tanto deprecato vizietto delle buone relazioni. Basti ricordare che ancora il giorno prima che ne venisse dichiarato il fallimento, Lehman Brothers aveva la sua bella, rassicurante tripla A. Non è tutto: soltanto dopo che S&P ha deciso finalmente, quindici giorni fa, di declassare il debito del tesoro USA, ecco le polemiche, la messa in stato d'accusa dei signori del rating. Ma che credibilità possono avere queste indagini partite fuori tempo massimo, e solo perché Zio Sam, spendaccione, ha portato a casa una brutta pagella ?

Se poi passiamo alle vicende di casa nostra per cercare un pò di credibilità nella classe politica cui spetta, costituzionalmente, il compito di tirarci fuori dalla crisi, ci troviamo allora in una situazione disperata. I nostri politici sembrano dei bambini che giocano alle pignatte: con gli occhi bendati e armati di un lungo bastone cercano di colpire, sperando di centrare quella piena di soldi. Sulle misure, presentate ufficialmente nell'aula del Senato che contava undici presenze, si è già detto tutto. Il Paese avrebbe bisogno - è stato autorevolmente commentato - di misure strutturali come - per dirne una - quella previdenziale: abbiamo un sistema pensionistico che non ci possiamo più permettere e che pesa in maniera insopportabile sui conti pubblici. Ma l'argomento non si può toccare. Così si va a spremere i pochi che pagano da sempre le tasse ( contributo di solidarietà ), oppure si tirano fuori delle trovate francamente stravaganti: quella di Pierluigi Bersani, di mettere una sovrattassa a chi ha usato lo scudo, tradisce la cultura "sovietica" di chi l'ha proposta. Chi è ricorso allo scudo ha usato una legge dello Stato, essa garantiva l'anonimato e l'impunibilità su quell'operazione. Uno Stato che si rimangia la parola non può sperare di avere credibilità o popolarità sui mercati ... della cui indulgenza e complicità ha invece grande bisogno.

 

 

 

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