Diversificazione

In questo articolo affronto il tema della diversificazione. Principio elementare, direi intuitivo, lo applichiamo da millenni, spontaneamente. Si basa sull’assunto per il quale la dispersione ( del seme ) si tramuta in fattore di miglioramento per il raccolto. Vale per il seme, appunto, ma vale per molti altri ambiti. Negli investimenti questo principio è stato frainteso, manipolato, sino a generare un rovesciamento del significato originario. Questo rovesciamento, negli anni, è stato assunto come riferimento metodologico unico. Principio a cui adeguarsi per essere ammessi nel recinto dei bravi.

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E’ forse uno dei termini più usati da analisti e media, cavallo di battaglia onnipresente, utile in ogni contesto.

E’ frutto di una evoluzione recente, per come è inteso, la scoperta di un must taumaturgico elargito alla massa dei risparmiatori: quando investi devi diversificare, ma nel senso che ora ti dirò. Insomma questo termine, politicamente molto corretto, forse troppo, è su ogni bocca, riportato in ogni pagina, in ogni analisi, in ogni ragionamento, con un però grosso come una casa. Infatti la diversificazione è veicolata con un certo arbitrio, in una forma unica che non ammette repliche. Un modo piuttosto arrogante, ma anche improduttivo, che invero ha poco a che fare con una corretta azione di investimento. Vediamo perché.

L’immagine qui accanto rappresenta una provocazione, lo so, ma non sono io a farla. Se è vero, infatti, che la diversificazione è un concetto giusto, utile e necessario, si intuisce facilmente quanto una sua interpretazione radicale possa invece produrre danni. Un eccesso di diversificazione, diciamo pure la polverizzazione ( è di questo che si tratta, nell’immagine accanto ) all’atto pratico si tramuta in una spalmatura, più o meno uniforme, su ogni tipo di ASSET disponibile, che è come dire: siccome non so esattamente DOVE mettere i soldi del mio cliente ( affinché guadagni ), li metto un pò dappertutto. In tal modo si interpreta in modo molto formale lo spirito della diversificazione, formale perché in tal modo certamente mostro di ubbidire alle leggi universali tanto di moda, ma per i risultati la faccenda è diversa. Al massimo potrò bilanciare utili e perdite su settori diversi, ma lo spirito dell’investire non è questo, non è traghettare il cliente sul niente, ma farlo guadagnare sapendo come si fa ! Alla fine questo mediocre atteggiamento ( tra l’altro passivo ) produce solo appiattimento. Una vera e propria follia, assunta come riferimento standard universale. Perché ?

Partiamo dalla sostanza. Diversificare significa distribuire su più fronti, ovvio, ma non significa affatto distribuire a pioggia, ovunque, senza avere deciso e selezionato su quali fronti, cioè senza scegliere DOVE allocare le risorse. Si chiama intenzione e presuppone anche una certa responsabilità. Devi selezionare DOVE debbono andare i soldi e dopo, soltanto dopo, procedere alla diversificazione, cioè ad allargare lo spettro dei beneficiari, inserendo in tal modo una vera e propria intenzione professionale, consapevole, in quella scelta.

Passando ad un esempio pratico, risponderò al DOVE suggerendo di orientarsi verso il mondo delle attività produttive ( lasciando da parte la filiera del bisogno, per i noti motivi ), poi farò attenzione ad ottenere come veste giuridica quella ottimale, quindi vorrò essere SOCIO. Sceglierò Fondi o Fondi di Fondi internazionali, meglio ancora se non bancari ( evitiamo conflitti di interesse reali ), facendo in modo di collocare i soldi su un ampio spettro di attività, divise per tipologia merceologica, sensibilità ai cicli, settori geografici, maturità del mercato di riferimento, prospettive di espansione dei vari settori, soprattutto se innovativi.

Tutto questo dopo avere a lungo parlato con il mio cliente ed avere ottenuto da lui ( e/o dai suoi cari ) il via libera – in quanto a comprensione ed intenzione – per affrontare la inevitabile volatilità. Diversificare significa questo, non spolverare i soldi su una torta rustica: non è cacio e pepe !

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